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Scienze naturali

Scritto da REINVENTORE

Nel 1638, tre anni prima di morire, Galileo pubblicò il suo ultimo libro, che è forse il suo testamento scientifico più importante, i “Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze attenenti alla mecanica & i movimenti locali”, o semplicemente “I Discorsi”. Nei Discorsi, in modo didattico e un po’ teatrale, i tre personaggi Salviati, Sagredo e Simplicio discorrono per quattro giornate (come nel precedente Dialogo del 1632), e parlano di svariati argomenti, di meccanica, di aria, di moto dei proiettili, di resistenza dei materiali.


I tre personaggi raccontano esperimenti che si possono ripetere, fanno calcoli, si richiamano all’Accademico loro amico (Galileo stesso). Nella prima giornata, Salviati racconta anche tre esperimenti sul peso dell’aria e sulla sua misura, eseguiti con fiaschi, schizzatoi (ovvero siringhe) munite di animelle (gli stantuffi).

Sagredo. … Però, ritornando a quello che più mi preme, vorrei, per intera ed assoluta instruzzione della presente materia, non solo restare assicurato che l’aria sia (come io tengo per fermo) grave, ma vorrei, se è possibile, saper quanta sia la sua gravità. Però, Sig. Salviati, se avete da sodisfarmi in questo ancora, vi prego a farmene favore.

Salviati. Che nell’aria risegga gravità positiva, e non altrimente, come alcuni hanno creduto, leggerezza, la quale forse in veruna materia non si ritrova, assai concludente argomento ce ne porge l’esperienza del pallone gonfiato, posta da Aristotele; perché se qualità di assoluta e positiva leggerezza fusse nell’aria, multiplicata e compressa l’aria, crescerebbe la leggerezza, e ‘n consequenza la propensione di andare in su: ma l’esperienza mostra l’opposito.

Quanto all’altra domanda, che è del modo d’investigare la sua gravità, io l’ho praticato in cotal maniera. Ho preso un fiasco di vetro assai capace e col collo strozzato, al quale ho applicato un ditale di cuoio, legato bene stretto nella strozzatura del fiasco, avendo in capo al detto ditale inserta e saldamente fermata un’animella da pallone, per la quale con uno schizzatoio ho per forza fatto passar nel fiasco molta quantità d’aria; della quale, perché patisce d’esser assaissimo condensata, se ne può cacciare due e tre altri fiaschi oltre a quella che naturalmente vi capisce. In una esattissima bilancia ho poi pesato molto precisamente tal fiasco con l’aria dentrovi compressa, aggiustando il peso con minuta arena. Aperta poi l’animella e dato l’esito all’aria, violentemente nel vaso contenuta, e rimessolo in bilancia, trovandolo notabilmente alleggerito, sono andato detraendo dal contrappeso tant’arena, salvandola da parte, che la bilancia resti in equilibrio col residuo contrappeso, cioè col fiasco: e qui non è dubbio che ‘l peso della rena salvata è quello dell’aria che forzatamente fu messa nel fiasco e che ultimamente n’è uscita. Ma tale esperienza sin qui non mi assicura d’altro, se non che l’aria contenuta violentemente nel vaso pesò quanto la salvata arena; ma quanto resolutamente e determinatamente pesi l’aria rispetto all’acqua o ad altra materia grave, non per ancora so io, né posso sapere, se io non misuro la quantità di quell’aria compressa: ed a questa investigazione bisogna trovar regola, nella quale ho trovato di potere in due maniere procedere.

L’una delle quali è di pigliar un altro simil fiasco, pur, come ‘l primo, strozzato, alla strozzatura del quale sia strettamente legato un altro ditale, che dall’altra sua testa abbracci l’animella dell’altro, e intorno a quella con saldissimo nodo sia legato. Questo secondo fiasco convien che nel fondo sia forato, in modo che per tal foro si possa mettere uno stile di ferro, con il quale si possa, quando vorremo, aprir la detta animella per dar l’esito alla soverchia aria dell’altro vaso, pesata ch’ella sia: ma deve questo secondo fiasco esser pieno d’acqua. Apparecchiato il tutto nella maniera detta ed aprendo con lo stile l’animella, l’aria, uscendo con impeto e passando nel vaso dell’acqua, la caccerà fuora per il foro del fondo; ed è manifesto, la quantità dell’acqua che in tal guisa verrà cacciata, essere eguale alla mole e quantità d’aria che dall’altro vaso sarà uscita. Salvata dunque tale acqua, e tornato a pesare il vaso alleggerito dell’aria compressa (il quale suppongo che fusse pesato anche prima, con detta aria sforzata), e detratto, al modo già dichiarato, l’arena superflua, è manifesto, questa essere il giusto peso di tanta aria in mole, quanta è la mole dell’acqua scacciata e salvata; la quale peseremo, e vedremo quante volte il peso suo conterrà il peso della serbata arena, e senza errore potremo affermar, tante volte esser più grave l’acqua dell’aria: la quale non sarà dieci volte altrimenti, come par che stimasse Aristotele, ma ben circa quattrocento, come tale esperienza ne mostra.

L’altro modo è più speditivo, e puossi fare con un vaso solo, cioè col primo, accomodato nel modo detto; nel quale non voglio che mettiamo altra aria oltre a quella che naturalmente vi si ritrova, ma voglio che vi cacciamo dell’acqua senza lasciare uscir punto di aria, la quale, dovendo cedere alla sopravvenente acqua, è forza che si comprima. Spintavi dunque più acqua che sia possibile, che pure senza molta violenza vi se ne potrà mettere i tre quarti della tenuta del fiasco, mettasi su la bilancia, e diligentissimamente si pesi; il che fatto, tenendo il vaso col collo in su, si apra l’animella, dando l’uscita all’aria, della quale ne scapperà fuora giustamente quanta è l’acqua contenuta nel fiasco. Uscita che sia l’aria, si torni a metter il vaso in bilancia, il quale per la partita dell’aria si troverà alleggerito; e detratto dal contrappeso il peso superfluo, da esso aremo la gravità di tant’aria quanta è l’acqua del fiasco.


 

Da: reinventore.it